Conoscersi ed avere consapevolezza di sé migliora la qualità della nostra vita?

Incontra te stesso e scopri realmente chi sei tu.

Le giornate trascorrono e le attività si rincorrono insieme sempre più alle innumerevoli cose da fare, ti accorgi di esistere quando le tue sensazioni si spingono fino alla superficie della tua coscienza e reclamano la tua attenzione?

A quel punto hai notato se diventa per te quasi impossibile non notarle, pungono, solleticano, insistono, reclamano qualcosa? Che cosa reclamano esattamente quelle sensazioni in modo così, impellente in certi momenti?

C’è in te l’intenzione di avere una chiara conoscenza di te stesso, tale da vivere in questo mondo e con gli altri, ed esprimere però il tuo essere?

Numerosi studi psicologici e sociali hanno testimoniato che pensare non è conoscersi. Per sviluppare la consapevolezza di sé va costruita l’abitudine al chiedersi cosa e non perché.

Ogni volta che riflettiamo su qualcosa di disturbante, proviamo a chiederci “Come mi fa sentire?”, chiediti “Cosa ho pensato in quel momento preciso, in cui mi sono arrabbiato?” o qualsiasi sia stata la tua emozione di paura, ansia, preoccupazione, tristezza o altro.

Cerca di capire cosa ti fa attivare, quale emozione è più presente nella tua vita e di solito cosa accade poco prima della tua reazione? Quando lei/lui dice… Quando lei/lui non fa? Quando fa/non fa cosa l’altro? Prova a capire cosa provi, in quel momento preciso quando accade.

Chieditelo, non fermarti solamente a pensarlo.

Chiederci “perché” ci fa intrappolare nel passato e aumenta la ruminazione, chiederci “cosa” ci permette di focalizzarci sugli aspetti che possiamo modificare in funzione di un risultato più funzionale. Porre l’attenzione sul cosa e non sul perché contribuisce ad effettuare un più adeguato riconoscimento delle nostre emozioni. Invece di chiedermi: “Perché mi sento stressata, oggi?”, mi chiederò: “Che cosa provo in questo istante?”, “Cosa posso fare per sentirmi meglio?”.

Il primo passo nella conoscenza di sé è l’osservazione di sé, puoi rispondere a queste domande in quest’ordine: cosa succede (situazione), cosa penso (cosa penso in quel momento), come reagisco (qual è la mia emozione)e come mi comporto (cosa faccio).

A te capita per caso, di sentire quella sensazione fisica, nel tuo corpo prima di un confronto con altri, o di sentire salire la rabbia e non riuscire a controllarla, o volerti chiudere da qualche parte per non sentire più nessuno…

Ti capita di criticare te stesso, di dirti “Non vado bene, non sono capace, non ce la farò”, e rimandi qualcosa a cui tieni ogni giorno, anche se speri di riuscire a farlo.

Aaron Beck fondatore della psicologia cognitiva, nelle sue sedute notò presto l’importanza di conoscere i pensieri che attraversavano la mente dei pazienti per comprendere meglio il loro vissuto emotivo.

Beck individua un tipo di pensieri che sono più superficiali e attraversano la nostra mente costantemente, benché noi non ne siamo sempre consapevoli: questi sono chiamati pensieri automatici.

Questi possono essere piacevoli, disturbanti o neutri, e possono essere riferiti ad una situazione che si sta vivendo, ad un altro pensiero, ad un’emozione, un comportamento, una sensazione fisica, etc.

I pensieri automatici riflettono le credenze di base di una persona: queste sono pensieri più profondi, che esprimono il modo in cui la persona vede se stessa, gli altri e il mondo che la circonda. Tali credenze influenzano la percezione, da parte delle persone, delle situazioni che vivono e, in presenza di disturbi psicologici, sono rigide, negative e disfunzionali.

Facciamo un esempio pratico: Sei al lavoro e ti viene prima l’ansia e dopo la rabbia, e non sai bene perché.

Cosa puoi fare?

  • Osserva quando ha iniziato ad esserci l’emozione disturbante, cosa ti stava accadendo?
  • Cosa hai pensato in quel momento preciso?
  • Cosa hai sentito?
  • Cosa hai fatto?

 

Ero al lavoro e ad un certo punto una collega, mi ha chiesto di fare un lavoro al posto suo, ho sentito una sensazione di disagio allo stomaco, cosa se non fosse giusto. Ho pensato che non era giusto farlo io, che doveva farlo lei. Non sono però riuscita a dirglielo e mi sono arrabbiata con me stessa per averlo fatto ugualmente.

Qual è il pensiero automatico negativo? Se non sono riuscita a dirgli di no, cosa mi dice questo di me? Non sono capace. Questa è la credenza che crea sofferenza alla persona. La persona lo pensa di sé per non essere riuscita a dire alla collega di no.

Questo è solo uno dei tanti esempi di cosa ci succede nella vita e ci crea difficoltà e disagio.

Inizia ad esercitarti per conoscerti meglio.

La risposta dello star meglio risiede in te. Conoscerti ti permetterà di comprendere le tue emozioni e le tue reazioni, in primis per poi individuare delle risposte più adattive e funzionali alla situazione.

Alcune modalità più adattive possono essere:

  1. metti in discussione i contenuti del tuo pensiero;
  2. esamina le prove contro- evidenze;
  3. cerca spiegazioni alternative;
  4. utilizza delle strategie per fronteggiare le tue difficoltà.

 

Anziché dire “Non sono capace” metti in discussione i contenuti del pensiero e prova a dirti questa volta non sono ancora riuscita a farlo, ma ci riuscirò”, prova a testare ora se la tua emozione è cambiata o è rimasta la stessa.

Esamina quali prove contro-evidenze indicano che doveva farlo la tua collega quel compito. Se le prove evidenze sono a tuo favore puoi farle presenti alla tua collega.

Cerca delle spiegazioni alternative al dirti “Non sono capace io”, può aiutarti dire: “In quel momento mi ha preso alla sprovvista e non sono riuscita a rispondere come volevo, ma se sono in tempo posso farlo ora”. Se non sono più in tempo mi servirà per la prossima volta, senza però dovermi “stare così addosso” per non esserci riuscita in quel momento.

Puoi dirti anche, “Forse era lei la collega in difficoltà e non mi ha spiegato bene il motivo per cui dovessi farlo io al posto suo”, se me lo avesse spiegato magari l’avrei anche aiutata più di buon grado.

Posso dirmi anche che ho fatto fatica a dire di no, e questo non significa che non sono capace a dire di no, significa solo che non sono riuscita a dirlo in quel momento.

Infine utilizzare delle strategie per fronteggiare la tua difficolta significa, ad esempio se dire di no è difficile per te, puoi prepararti una lista di risposte standard da adottare quando ti chiedono qualcosa, in modo da esser pronta a rispondere per come preferisci tu.

Migliora la tua vita, partendo da te, non dagli altri.

 

Scritto da Monica Massa, Shreya

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Adrian Wells, (1999) Trattamento cognitivo dei disturbi d’ansia. Ed. Psicologia McGraw-Hill

Beck, A. T. (1984). Principi di terapia cognitiva: un approccio nuovo alla cura dei disturbi affettivi. Astrolabio.

Beck, J. S. (2013). Terapia cognitivo-comportamentale. Artmed Editora.

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